dormono a Lambrate…

DSCN7059Al cimitero di Lambrate… ormai quartiere milanese, ma fino a un passato recente un centro industriale con una enorme presenza operaia e proletaria…Mi aspettavo epitaffi nei quali il lavoro e i temi sociali sarebbero stati in evidenza, specie nella parte più antica…

Mi sbagliavo.  Non so se sia perché non sono state conservate le tombe più antiche o se è che io non le ho trovate, forse anche perché non ci sono mai state, ma i segni di questa storia di Lambrate sono davvero pochi.

Il cimitero è un parco verdissimo e curato: collinette erbose, alberi giganteschi, viali fiancheggiati da panchine… e poi dei parallelepipedi a due tre piani, squadrati, di linee rigide, in fila uno con l’altro che mi hanno ricordato delle strutture industriali; ci ho messo un po’ a capire che sono le cappelle familiari nello stile di Lambrate (che ogni cimitero ha il suo, riconoscibile).

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Poche le tombe con aspetto monumentale: una con un chitarrista, un’altra una poetica madre col figlio e, finalmente, una coppia accanto a un grande macchinario. Sono anziani, lui è sorridente, seduto e ha in mano una chiave inglese se non sbaglio, lei ha l’aria materna e sta in piedi dietro di lui e gli tiene una mano sulla spalla. Insomma la perfetta rappresentazione della coppia meneghina di un tempo, di quelle che hanno costruito il successo dell’economia milanese, quando era la Milano operosa e non quella da bere.

E  ancora un innamorato del mare che riposa qui, lontano, con una robusta ancora accanto…

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Insomma un po’ deludente come testimonianze storiche e sociali, ma c’è ancora qualcosa da vedere. Avvicinandosi alla parte più antica, ormai ridotta a poche costruzioni di stile liberty, una curiosa “confusione”: di fianco alla cappella col portico colonnato neoclassico appare una cupola dall’aria orientale e… un minareto!

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Infatti qui il cimitero confina con l’area destinata alla sepoltura delle persone di fede islamica. I due cimiteri sono contigui, un cancello li metterebbe in comunicazione ma è chiuso, l’ingresso è altrove.

Una sosta sulla collinetta indicata come “Giardino del ricordo” per prendere commiato…

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“… una nuova migliore umanità”

Se dovesse servire una testimonianza ulteriore della emigrazione a cui il bisogno ha costretto la nostra gente…

Quasi in ogni cimitero fra le lapidi più antiche se ne trovano che non indicano una sepoltura, ma ricordano qualcuno che, emigrato e vissuto lontano, là è restato per sempre.

Sono lapidi commoventi, pietre che offrono al ricordo un nome, due date, qualche parola, facendo vivere un rimpianto duraturo e inconsolabile.

Molte, tante, troppe sono addirittura firmate da “amici” a testimonianza della povertà della famiglia che non poteva neppure permettersi la spesa di una lapide e queste sono per me nello stesso tempo motivo di tristezza e di consolazione.

La tristezza non ha bisogno di spiegazioni.

La consolazione: quanto mi sorprende e mi scalda il cuore quell’ amicizia profonda e solida che nemmeno la lontananza ha potuto sopire, che è arrivata a tradursi in gesto concreto, in solidarietà tangibile fra gente che certo non nuotava nell’oro!

Spesso  è l’idea anarchica la sorgente di questa amicizia, quando l’Idea (maiuscola come la pensavano loro) si identificava con la vita e la fratellanza era vissuta concretamente, nel quotidiano come solidarietà. E anche mi commuove la speranza in una “nuova migliore umanità”, speranza che purtroppo nel frattempo abbiamo forse definitivamente perduto

Feri Manaus

La lapide ormai quasi cancellata, sul muro di recinzione a Santarcangelo di Romagna,  recita:

FERRI QUARTO
per sé e per la famiglia
costretto
a chiedere pane all’America
morì di febbre gialla a Manaos
il 20 Aprile 1900
GLI AMICI

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“In memoria di PIETRO PANTOLINI nato a Sirolo il 13-10-1868 / Morto a Buenos Aires il 1° aprile 1910

Gli amici di Sirolo e di Buenos Aires / questo ricordo posero perché / dall’imperituro pensiero dell’estinto / di tutti gli amati compagni / morti per la necessità della vita /  lontano dalla patria e dalle famiglie / venissero tratti gli auspici / della nuova migliore umanità”

Sul muro di recinzione del cimitero di Sirolo, di fronte al mare.

una vita sventurata…

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Spesso le lapidi antiche raccontano molto e anche più spesso offrono la possibilità di capire o almeno immaginare tante cose non dette. 

Così per esempio a Camerino  un monumento funebre piuttosto elegante e antico, della fine dell‘800.  Sulla faccia principale, dedicata alla “cara memoria”, c’é  un elogio  al capostipite, Wincislao Piccinini, dalla moglie e dai figli, tutti chiamati per nome: è il marzo 1893.

Di lato una lapide più scarna, a Lorenzo Piccinini, uno dei figli nominati di là, che   “chiuse / la vita breve / e sventurata / il 22 febbraio 1919”

Niente rimpianto, niente nomi… un figlio degenere? Un suicida?

Ecco perché mi piace leggere le lapidi antiche: sono ricche di notizie, di memoria e spesso anche di mistero