A Castelsantangelo sul Nera dormivano sereni…

**il cancello di C.S.AngeloPenso spesso ai paesi amati del nostro Appennino che il terremoto ha svuotato e sfigurato, ma mi viene in mente anche il cimitero di Castelsantangelo sul Nera. La strada che da Visso (sigh!) porta al paese e poi sale su, verso il Vettore, verso Castelluccio e il Pian Grande, costeggia il muro di questo cimitero. Visto centinaia di volte, per altrettante mi sono ripromessa di andarlo a vedere e per fortuna una di queste volte, nel 2013, ci siamo fermati.

Sono rimasta incantata dalla bellezza modesta e rustica di questo posto: attorno tutto verde, silenzio rotto solo dalle acque del Nera che lo costeggiano e che scorrono vivaci e impetuose, appena scese dalla montagna.

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E dentro, inaspettate, molte belle lapidi scolpite, belle storie raccontate con pochi tratti sui marmi antichi, testimonianze di una ricchezza e una sensibilità inattese in questo angolo remoto e solitario delle nostre montagne.

Il Maestro delle lapidi

Ho dato questo nome all’autore, per me anonimo, di molte delle lapidi e dei monumenti  funebri più notevoli del cimitero di Castelsantangelo. (Del resto queste terre sono piene di capolavori di grandi artisti rimasti anonimi, a pochi chilometri Macereto e il suo Maestro!)

La mano che ha scolpito questi angeli, questi cristi, questi cipressi reclinati è così originale che persino io la riconosco: vigorosi volti di montanari, membra robuste, panneggi rigidi, gesti decisi, grandi mani e mascelle forti, facce ruvide, nessuna mollezza… e soprattutto nessuna ripetizione di modelli scontati. Insomma uno scultore capace e un autore vero, che ha la sua cifra e fa di ogni lapide una opera d’arte originale. Una piccola galleria 

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*DSCN0781 *DSCN0785 *DSCN0811Le piccole storie:  Sante Altarocca che “laboriosamente visse / serenamente morì” : invidiabile sorte!

**DSCN0789Rosa e Benedetto che muoiono a distanza di pochi giorni…

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la lapide fiorita di Pietro Renzi, scritta in corsivo e disegnata come da una mano di bambino, con erbe e fiori dei nostri prati, riconoscibili

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Pietro Bianchi “vero cattolico di costumi intemerati seppe con economia e sacrifizi migliorare le condizioni della famiglia” a cui i cinque  figli superstiti dedicano questa lapide alla “sua memoria ed a quella dei cinque figli che lo precedettero nella tomba”  !!! Famiglie di una volta!

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e ancora Olivia Rinelli che “volle dormire l’eterno riposo accanto alla sorella Annamaria” e il fratello e le sorelle hanno rispettato il suo volere

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e sul muro accanto al cancello nomi stranieri: Szurin Vusylo, Velich Ciaran, Panko Ivan morti qui nell’inverno del 1918: chi erano? Come mai erano qui? Qualcuno metteva dei fiori, finti ma sistemati con garbo: un segno di rispetto e di civiltà, a un secolo di distanza…

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Dormivano serenamente qui fino a tre anni fa. Ora al cancello c’è un nastro bianco e rosso che dice che non si può entrare, che c’è pericolo… Il sonno dei morti continua sereno, ma i vivi che nel colloquio con quelle care memorie avevano consolazione adesso non trovano dove raccogliersi in meditazione. Anche questa è una casa che manca.

dorme la mamma del poeta

Un piccolo cimitero davvero su una collina affacciata sulla valle, a Rosora. Tante lapidi antiche, interessanti, ricche di racconti. Fra le altre questa che deve appartenere alla metà del novecento. La famiglia ha provveduto a proteggerla con uno schermo di vetro, segno che ormai sono andati a vivere altrove, ma anche la protezione comincia a dare segni di degrado, la ruggine sta vincendo la battaglia.

poeta

Per VITTORIA ALESTRA le lodi tradizionali che si riservavano allora alle donne: la bontà, la dedizione alla famiglia, alla casa, alla educazione dei figli. Originali e toccanti invece  i “versi del figlio” che chiudono la lapide:

“Cipressi inquieti al vespro sussurrate / luna ridente o stelle amate e chiare / di noi lontani a lei piane parlate”

Il desiderio di restare accanto al lei, a confortarla nonostante la lontananza forzosa mi è sembrato commovente espresso come è in questi versi non banali.

Siamo venuti da lontano…

Nel cimitero di Recanati, lassù in alto, la lapide di un caduto in guerra, “Giuseppe Genga eroicamente caduto per la difesa della patria sul fronte greco-albanese” nel 1943.

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Un epitaffio anche troppo consueto, dato che di guerre e quindi di morti ne abbiamo avuti. (Che poi davvero la nostra patria doveva essere difesa sul fronte greco-albanese? E da cosa?)

Dunque un epitaffio abbastanza ovvio, purtroppo, ma a guardare bene ci sono  due scritte a matita, con caratteri da scuola elementare di un tempo, con le maiuscole ornate da riccioli, che raccontano di più.

 La prima scritta ricorda la prima volta che sono venuti a trovarlo nel 1980 da lontano, dall’Argentina, i suoi fratelli-cugini, Lina e Alfredo. Lo hanno lasciato scritto, come se fosse sul libro su cui si firma a certi funerali.  Sono i suoi fratelli cugini che è un grado di parentela che forse non esiste altrove, ma nelle campagne marchigiane e anche romagnole di un tempo era molto usato: cugini diremmo noi, ma stretti, come fratelli. Vivono lontano ma quando possono tornano e lo vengono a trovare, come si fa con i parenti amati e non dimenticati.

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E scrivono ancora, 13 anni dopo,  “Peppino, siamo noi Lina e Alfredo che siamo venuti a trovarti nella tua Gloria. 3-11-1993 Argentina” . Nella tua Gloria… lo chiamano con tenerezza Peppino e però sanno che lui è stato un eroe, morto ma un eroe… .

Ogni tanto ne trovo nei cimiteri delle nostre campagne di queste scritte a matita sulle lapidi che ricordano la visita di un parente, un familiare, che lasciano un ricordo, una firma, un pensiero, una data che dureranno certo di più dei fiori che comunque di sicuro hanno portato.

Queste scritte mi commuovono sempre perché segnano la lapide di chi non ha più nessuno vicino che lo venga a salutare spesso, che porti un fiore, che dia una ripulita e dica una preghiera. E infatti anche Lina e Alfredo dal 1993 non sono più tornati. Anche loro dormono probabilmente, ma in Argentina.