la maledizione degli scopritori dell’America

E’ ovvio che le lapidi parlano di qualcosa che è stato, che è passato, ma poche come questa dicono che gli uomini passano, ma la storia resta.

Questa è la lapide dell’ultimo che poteva portare e trasmettere il nome dei VESPUCCI, di quell’AMERICO il cui nome viene ripetuto continuamente migliaia di volte al giorno e dovunque sul pianeta.

Col.Vesp. copiaCopier.jpeg

 

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La cappella di famiglia, per vicende storiche piuttosto contorte, si trova nel cimitero storico di Jesi.

E’ difficile leggere le lapidi perchè la cappella è, disgraziatamente, l’unica ad avere un cancello di ferro battuto a maglie strette, che costringono a fare acrobazie per catturare qualcosa del tesoro che racchiudono.

Una delle lapidi si riesce a leggere è forse una delle più “storiche” e parla da sola

Colocci V. copiaCopier.jpeg

Eccolo, Don Attone Alessandro Marchese  Colocci-Vespucci con tutti i suoi titoli che vengono da lontanissimo, il nome Colocci poi è più antico e nobile di quello dei Vespucci, viene dai Longobardi, da prima del mille.

La lapide mette un po’ di  malinconia: tanti titoli roboanti e poi “vilmente ucciso dalla barbarie nemica”: per quanto io abbia cercato non sono riuscita ancora a trovare come sia morto, probabilmente sotto un bombardamento nella battaglia che in quei giorni infuriò in queste campagne che intorno al 20 luglio ’44 furono liberate dall’occupazione tedesca con l’arrivo degli alleati.

La griglia rigida della cancellata permette solo uno sguardo fortunoso sulle altre lapidi, due delle quali, sugli stipiti sono molto interessanti. Una sembra essere un lungo elenco di titoli e di cariche.  e finisce con “Humanae vanitates” insomma tutti quei titoli sono solo vanità, ma tuttavia li hanno scritti e sulla pietra…

amerigo vespucci,colocci-vespucci,nobiltà,jesiSullo stipite opposto una lunga iscrizione che in parte sono riuscita a leggere e che è una raccomandazione, accorata a che sia rispettato il sepolcro.

Chi l’ha fatta scrivere è ricorso a tutti gli argomenti, da quelli legali, civili, morali a quelli sentimentali per concludere poi minacciando una MALEDIZIONE dell’oltretomba.

 “…all’ obbligo civile si aggiunge l’obbligo morale e religioso a non rimuovere, sostituire, alterare questi sepolcri la cui cura e il  rispetto sono affidate all’ultimo superstite della famiglia e alle cure dei concittadini e delle autorità quando nessuno più della sua gente sarà  sulla terra…

La maledizione dell’oltretomba cadrà su chi si opponga a queste volontà e su chi venga a turbare il sonno di queste povere ossa…”

Tanta nobiltà, tanta gloria, tanti secoli di potere e poi dover temere l’oltraggio alle “povere ossa”. Davvero è commovente il senso di impotenza di questa nobile schiatta davanti al tempo che passa e tutto o quasi cancella.

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la marchesa Caterina Vespucci

passata nobiltà

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La parte più antica del cimitero di Jesi consiste in una specie di chiostro a due piani, dove ogni arcata funge da tomba di famiglia; questa della “Nobile famiglia Magagnini” con tanto di stemma nobiliare è giunta al capolinea.

I foglietti nelle buste di plastica infatti dicono che questa struttura verrà messa all’asta se entro un certo termine  gli eredi non si faranno “vivi” (!!!).

Insomma la gloria della famiglia è passata, ma in questo caso forse non del tutto cancellata: la lapide centrale è quella del Vescovo Rambaldo Magagnini, lo stesso nome che compare trionfalmente sul frontone del Duomo della città.

Se si è nobili e magari anche alti prelati, si può durare un po’ di più

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una stirpe di tipografi

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Jesi è una città con nobili tradizioni di stampatori: infatti è stato qui che sul finire del’400 Federico Conti stampò la prima edizione della Divina Commedia.

Quella dei Diotallevi, stampatori e tipografi, è stata l’ultima stirpe che per quasi un secolo ha stampato di tutto, dai manifesti teatrali al giornaletto locale (quasi interamente scritto, stampato e disegnato da Duilio) dalle pubblicità agli annunci funebri… Da Giovanni a Duilio e poi il figlio che dovette chiuderla e così sulla lapide di quest’ultimo non compare l’orgogliosa scritta, quasi un titolo onorifico: “tipografo”