in Molise: un epitaffio… che non c’è

Come abbiamo detto più volte ci sono epitaffi verbosi altri estremamente laconici o insignificanti, ma questo è unico: l’epitaffio reticente, un epitaffio che hanno dimenticato di scrivere!

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Nella meravigliosa chiesa di S.Maria della Strada, una meraviglia sconosciuta ai più, nel Molise interiore c’è un altrettanto meraviglioso sepolcro, un’arca nobilissima, probabilmente della scuola di Tino da Camaino che presenta più di un mistero.

Il primo mistero è chi sia il nobile raffigurato sul sarcofago: forse interpretando gli stemmi scolpiti dovrebbe essere Berardo d’Aquino, di cui comunque si sa ben poco e soprattutto perché fu sepolto qui? E poi: “Nell’arca di S. Maria della Strada dovrebbe esserci il corpo di questo signore, ma nel tempo vi furono aggiunti i corpi di almeno altre due persone di cui non si sa assolutamente nulla.”

 E questo è il secondo mistero…

Berardo d'Aquino

Il terzo mistero: qui riposa un personaggio i cui eredi, per una incomprensibile motivazione, non fecero completare l’epitaffio che il lapicida aveva cominciato a scrivere sul bordo della pietra di copertura del baldacchino. Si noterà, infatti, sulla sinistra l’avvio di una epigrafe che avrebbe preso l’inizio da un solito  HOC…

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“Neppure sappiamo il motivo per cui Berardo sia stato sepolto in questa basilica. Forse se l’epitaffio fosse stato completato ne avremmo saputo di più.”

ArcaFun

Insomma su questo magnifico monumento funebre della metà del ‘300 da studiare e da dire ce ne sono tante e molte ne ha scritte il coltissimo Arch. Franco Valente che ne racconta diffusamente qui (e a cui devo foto e notizie).

 

 

dorme lontano e senza epitaffio…

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So da sempre che porto il nome Bruna in suo ricordo, di quello zio militare negli Alpini che non tornò dalla campagna di Russia. Sapevo genericamente che era “disperso” in Russia, ma per molti anni la ricerca di informazioni più precise era stata inutile, poi avevamo smesso di cercare. Ho riprovato di recente (onorcaduti@onorcaduti.difesa.it)  ed ho ricevuto una risposta che non cambia molto le cose, ma dice quando se ne persero le tracce e dove.

La battaglia di Nikolajewka nel gennaio del 1943 segnò un momento fondamentale per la disgraziata “impresa” sul fronte russo; a suo modo fu una vittoria infatti il 22 gennaio la colonna italiana riuscì ad aprirsi un varco nelle linee sovietiche e iniziare la drammatica ritirata nella neve narrata in “Centomila gavette di ghiaccio”.

Ma zio Bruno non è stato fra quelli che sono riusciti ad uscire dalla “sacca del Don”.  Il “Verbale di Irreperibilità” nel suo rigido vocabolario burocratico dice che “scomparve e che dopo tale fatto non venne riconosciuto tra i militari dei quali fu legalmente accertata la morte o la prigionia.”

Quasi mi solleva pensare che gli fu risparmiata la sofferenza atroce della ritirata nel ghiaccio con gli stivali di cartone.  I miei genitori mi raccontavano che al momento di partire avesse detto “Se vi nasce un altro figlio dategli il mio nome”; io sono nata nell’agosto di quel 1943 e i miei genitori, che ormai sapevano questa notizia, hanno mantenuto la promessa che gli avevano fatto.

In fondo l’epitaffio di zio Bruno sono io.

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dormono nella valle di S.Clemente

s.clementeIl preappennino marchigiano è solcato da numerose vallette per la maggior parte sconosciute; di queste una delle più solitarie e dimenticate è la valle di S.Clemente a Isola, una valle nascosta, attraversata da antichi diverticoli della consolare Flaminia e da vie “francische”.

Deve il suo nome ad una abbazia romanica, quella di S.Clemente appunto, di cui resta la chiesetta, restaurata e racchiusa nel piccolo cimitero di Isola. Per quanto abbia cercato non sono riuscita a trovare  notizie di questa abbazia e anche sul posto non ne sanno niente.

fra i monti

Il luogo è suggestivo, la valle è ricca di eremi, abbazie, monasteri e chiese rurali,  sperduti nel verde e nel silenzio della natura. Anche il piccolo cimitero che circonda l’abbazia gode di questa atmosfera silenziosa e raccolta e custodisce qualche curiosità.

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Intanto il mistero di queste due lapidi che si trovano sul muro che circonda il cimitero: belle e ben tenute, senza simboli religiosi e soprattutto che raccontano dei defunti qualcosa che però resta misterioso…

L’epitaffio di Alfredo Lorenzini:“Sicuro e sereno hai attraversato il ventesimo secolo testimone di grandi speranze e pur partecipe, per dodici lunghi anni, dei destini della storia mai hai smesso di esprimere, con il tuo canto, l’amore per la vita e l’intimo messaggio dell’universo”

E l’epitaffio di lei Anita Camerucci: “paziente e fiduciosa hai atteso negli anni bui del novecento, il ritorno del sereno…”

Chi siano stati e perché “per dodici lunghi anni”  e di quali destini siano stati partecipi… Abbiamo chiesto ai vicini, agli abitanti anziani del posto, convinti di trovare chissà quante notizie… Niente proprio, ma non dispero. Magari qualcuno che leggerà il blog…

croce del '900